Adriano Romualdi | Adriano Romualdi |
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| mercoledì 31 gennaio 2007 | |
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L’ATTUALITA’ DEL PENSIERO DI ADRIANO ROMUALDI A 30 ANNI DALLA MORTE Trent’anni fa, nell’agosto del 1973, moriva in un incidente stradale Adriano Romualdi. Moriva a trentatré anni una delle intelligenze più lucide che l’Italia ha saputo produrre nel dopoguerra: un uomo, il cui coraggio intellettuale ha guidato le generazioni successive che, anche grazie alla sua opera, hanno avuto la possibilità di scoprire un vasto e solido panorama culturale ed esistenziale. Adriano Romualdi è, oggi, un caposaldo del pensiero di destra, ma per riscoprire la portata rivoluzionaria delle idee da lui esposte, si è dovuta attendere la sua morte. Eppure, che il suo genio intellettuale fosse di gran lunga differente e differenziato rispetto ai tromboni della cultura ufficiale di fine anni sessanta, lo si era già capito, quando, giovanissimo, Adriano Romualdi aveva ottenuto la cattedra di Storia Contemporanea all’Università di Palermo: un incarico universitario, che l’ambiente accademico palermitano ha frettolosamente dimenticato, non rendendo mai al contributo da lui offerto, i giusti riconoscimenti istituzionali che avrebbe meritato. Grazie alle sue opere, in Italia è stato possibile riscoprire, o meglio, scoprire le idee di autori che, solo successivamente, sarebbero stati studiati a fondo dagli ambienti ufficiali. Fu lui a esporre il pensiero di uno studioso quale Gùnther, di un letterato anarchico-fascista quale Pierre Drieu La Rochelle, e del disincantato Oswald Spengler, con il suo pessimistico quanto profetico “Tramonto dell’Occidente”. Ad Adriano Romualdi si deve, inoltre, la lettura di Platone in chiave tradizionale e la necessità di comprendere – come già rilevato dal filosofo greco – che, se una civiltà non vuole morire, è necessario che torni alle proprie origini. È questo il tema fondamentale dell’opera dello studioso scomparso trent’anni fa, che ha sempre sottolineato come occorresse tornare, non al passato, ma alla consapevolezza della propria identità, quale unico argine alla degenerazione culturale ed esistenziale, al materialismo e alla dissoluzione dominante. Romualdi può, inoltre, essere ritenuto uno dei discepoli più illuminati di Julius Evola che, anche grazie alla sua interpretazione, è stato conosciuto, in tutti questi anni, non soltanto da una stretta cerchia che, a fine anni sessanta, ne ammirava le opere, ma da un pubblico particolarmente variegato. Il tema dominante dell’opera di Adriano fu quello della tradizione e della civiltà europea: il suo genio ha saputo attualizzarlo e ne ha fatto arma di battaglia per l’affermazione di un superiore ideale aristocratico, assolutamente rivoluzionario. Alcuni articoli, riuniti tra loro nel volume Gli Indoeuropei appaiono ancora oggi particolarmente attuali, perché propongono l’idea di un substrato comune ai popoli europei, che risiede nelle origini dei popoli ed è alla base dell’idea dell’Europa nazione: un continente, che sappia fronteggiare da solo le spinte al materialismo più oscuro di matrice capitalistica o comunista. Romualdi propone, dunque, una spinta forte alla consapevolezza della propria identità che, oggi, appare di estrema attualità di fronte alla povertà di un continente europeo, sempre più vittima dell’ingerenza delle multinazionali, del potere planetario delle banche, e della servitù politica verso i cosiddetti “alleati” americani. La sua intuizione non nasceva da concezioni che tendessero a mortificare il cosiddetto nazionalismo, nel nome di un generico sovra-nazionalismo, ma ha voluto semmai esaltare il ruolo culturale, identitario, e la funzione tradizionale di ogni singolo Paese, al servizio di una comune causa spirituale: quella europea, appunto. Adriano Romualdi è, inoltre, il primo a intuire la necessità urgente di avere le idee ben chiare su cosa voglia dire cultura di destra: “La vera causa del predominio dell’egemonia ideologica della sinistra – scrive – risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista, laddove, al contrario, a destra manca una reale unitarietà di pensiero, che tracci un sentiero preciso da seguire” (2). Di fronte, perciò, alla confusione di idee della destra e alla disorganicità della loro riassunzione, Romualdi si fece interprete della necessità di riferirsi a una visione del mondo del tutto diversa da quella dominante, in grado di trovare il proprio fondamento in un saldo radicamento spirituale: “Una concezione organica e non meccanica, qualitativa e non quantitativa” (3). Le sue considerazioni su questo caos culturale della destra, anche oggi, a trent’anni dalla sua tragica scomparsa, sono del tutto attuali, perché nemmeno adesso può affermarsi che esista una unitaria visione del mondo da parte della destra, poiché il pensiero genericamente definito “di destra” appare disperso nei mille rivoli della mera reazione, quando non è servo anch’esso dell’ideologia perbenista dominante. Ad Adriano Romualdi si deve, inoltre, la riscoperta della cosiddetta “rivoluzione conservatrice”, la corrente che animò le correnti culturali mittleuropee del dopo-prima guerra mondiale: una concezione della politica e dell’Europa che, lungi dal sognare i miti di un vago progressismo, trova il fondamento rivoluzionario nella consapevolezza della propria tradizione, facendola diventare l’arma primaria della propria essenza, non soltanto geografica, ma anche etnica e religiosa. La visione spirituale di Romualdi è organica e unitaria, ma anche del tutto originale per trent’anni fa, perché è stato, ad esempio, proprio lui a sottolineare la necessità che la battaglia per la difesa dell’ambiente non fosse lasciata ai figli e ai pronipoti dell’ideologia marxista: “Sarebbe assurdo – scrive – che la destra abbandonasse alle sinistre il tema dell’ecologia, perché tutto il significato ultimo della sua battaglia si identifica proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità, necessarie all’equilibrio spirituale del pianeta, conservazione, di cui la protezione dell’ambiente naturale è una parte” (4). Non dunque, natura intesa quale “area protetta” e “vetrina” inaccessibile all’uomo, bensì quale luogo pregno di energia spirituale, con il quale l’uomo deve armonizzarsi, per trovare il carattere sacro di cui sono piene tutte le cose. Insomma, quella di Adriano Romualdi è un’eredità che non deve essere trascurata, perché l’attualità delle sue intuizioni e l’atemporalità dei suoi riferimenti filosofici e dottrinari sono, non a caso, scomode, come lo erano già trent’anni fa: scomode per una visione piatta e “borghese” della vita, e per teorici e fautori del mondialismo economico, politico e culturale. |
In questa sezione potete trovare tutte le info riguardanti l'evento del 13 Settembre 2008 al Vittoriale di Gardone Riviera (BS)